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Come si affronta la pressione di una grande corsa? I consigli dei fantini professionisti per superarla

📅 18 Agosto 2026✍️ di Giuseppe Taveri⏱️ 5 min di lettura

Quando si arriva ai cancelli di un grande ippodromo nel giorno di una corsa importante, l’atmosfera è già tesa. Ho passato vent’anni come steward agli ingressi, accanto ai fantini che si preparavano per le gare più importanti, e posso dirvi che la pressione non è un’invenzione dei giornali. È reale, tangibile, quasi visibile negli occhi di chi sale in sella sapendo che milioni di euro e la reputazione di una carriera sono appesi a pochi minuti di gara.

Il peso delle aspettative prima del via

La pressione inizia molto prima della partenza. Mi ricordo di un fantino che, pochi anni fa, aveva come obiettivo di vincere il Derby italiano. Nei giorni precedenti, lo vedevo nel paddock ripetere gli stessi gesti, controllare il cavallo ossessivamente, cambiare sella tre volte nello stesso pomeriggio. Non dormiva bene, mangiava poco. Tutto questo accadeva perché sapeva che mezza Italia stava contando su di lui.

I professionisti affermati che ho intervistato mi hanno dato tutti lo stesso consiglio iniziale: accettare che la pressione esiste. Non cercare di fingerla assente, non illudersi che con la concentrazione sparisca. La riconoscere è il primo passo per gestirla. Un campione mi ha detto una frase che non ho mai dimenticato: “La pressione è il prezzo del privilegio di guidare un cavallo d’eccezione”.

I rituali che funzionano davvero

Chiunque frequenti gli ippodromi ha notato che i fantini hanno rituali. Alcuni toccano la maglia della propria scuderia, altri recitano preghiere, altri ancora ascoltano la stessa musica prima di ogni importante impegno. Ho inizialmente pensato fossero scaramanzie, ma parlando direttamente con i professionisti ho scoperto che funzionano perché creano un’ancora di stabilità emotiva.

Uno dei fantini con cui ho chiacchierato frequentemente mi ha spiegato il suo metodo. Lui arriva all’ippodromo due ore prima della gara, si chiude negli spogliatoi e legge un capitolo di poesia. Non per il contenuto letterario, ma perché il ritmo della lettura lo rilassa e lo stacca dal vortice di voci e pressioni intorno. “Mi crea una bolla”, disse. “Dentro quella bolla, sono solo io e il mio respiro. Quando esco, sono pronto”.

Un altro professionista molto affermato ha un rituale ancora più semplice: cammina attorno al cavallo tre volte, una mano sulla sua spalla, respirando lentamente. Dice che questa camminata gli permette di trasferire calma al cavallo, e al contempo di scaricare l’adrenalina.

Il punto non è qual è il rituale giusto. È trovare qualcosa che funzioni per voi, qualcosa che ripetibile e che vi restituisca un senso di controllo nei momenti in cui il controllo sembra sfugghire.

La gestione fisica della pressione

Ho notato nel corso degli anni che i migliori fantini gestiscono la pressione prima che diventi mentale, affrontandola a livello fisico. La pressione genera tensione muscolare, respiro corto, tachicardia. Se la affronti solo a livello cognitivo, rimane comunque nel corpo e ti tradisce nel momento decisivo.

Un allenatore che seguiva uno dei nostri migliori atleti mi spiegò che praticavano una tecnica di respirazione precisa. Inspirare dal naso contando fino a quattro, trattenere per sette secondi, espirare dalla bocca per otto secondi. Questo rallenta il Sistema nervoso simpatico e attiva il sistema parasimpatico, quello che ti calma biologicamente. “Non è magia”, disse, “è fisiologia”.

Un’altra pratica molto diffusa tra i professionisti è lo stretching mirato nei minuti precedenti la corsa. Non per la flessibilità, ma per ridurre consapevolmente la tensione muscolare. I fantini che ho visto fare questo arrivavano al cancello più detesi rispetto a quelli che restano seduti a preoccuparsi.

Il dialogo con il cavallo come ancora

Qui tocchiamo qualcosa di veramente specifico dell’ippica rispetto ad altri sport. Non correte da soli. Correte con un animale che sente la vostra energia, il vostro tono di voce, il vostro stato emotivo. Molti fantini professionisti mi hanno confidato che parlare tranquillamente al cavallo nei minuti precedenti la partenza li calma più di qualunque tecnica psicologica.

Un fantino particolarmente bravo nel gestire questa relazione mi disse: “Se arrivo teso, il cavallo lo sa. Se sono calmo, il cavallo lo sente”. Lui passava i minuti prima della gara a sussurrare al suo cavallo, toccandogli il collo, tranquillizzandolo. Ma mentre faceva questo, si tranquillizzava anche lui. Era una comunicazione bidirezionale.

Ho visto fantini che invece grondavano ansia e cercavano di nasconderla: questi animali, prima ancora della partenza, erano già nervosi, già fiaccati. L’impatto su una corsa è drammatico.

Gli errori che tutti commettono una volta

Durante i miei anni di steward, ho riconosciuto alcuni errori ricorrenti che i fantini fanno quando affrontano grandi corse per la prima volta o in momenti di carriera particolarmente importanti.

Il primo è cercare di eliminare completamente l’adrenalina. Alcuni professionisti inizi tano a credere che la pressione sia un nemico da sconfiggere completamente. Non è così. Un livello moderato di adrenalina migliora i riflessi, la concentrazione, le prestazioni. La sfida è governarla, non eliminarla.

Il secondo errore è isolarsi eccessivamente. Ho visto fantini che non parlavano con nessuno nelle ore precedenti, che si chiudevano in una stanza da soli. A volte questo aiuta, ma spesso genera un vortice di pensieri negativi. Alcuni dei migliori professionisti mi hanno confessato di aver bisogno di una presenza tranquillizzante accanto: un allenatore, un amico, un familiare che li ascolti senza insistere.

Il terzo errore è cambiare le proprie abitudini. Se normalmente mangiate a una certa ora, mangiate a quella ora. Se normalmente vi allenatevi in un certo modo, continuate. La coerenza nelle routine riduce l’incertezza.

Il giorno dopo: imparare dalla pressione

Quello che mi affascina di questo mestiere è che ogni grande corsa insegna qualcosa. I fantini più intelligenti che ho conosciuto non consideravano una gara importante come un evento isolato. Era un’opportunità per imparare come il loro corpo e la loro mente rispondono alla Pressione psicologica.

Tenevano note, piccoli diari dove annotavano quali rituali avevano funzionato, quale respiro li aveva calmati di più, quale momento prima della gara li aveva destabilizzati. Nel corso degli anni, questi diari diventavano mappe personali di stabilità emotiva.

La pressione di una grande corsa non sparisce. Nemmeno per i campioni. Ma diventa qualcosa che si comprende, che si gestisce, che alla fine si trasforma in energia. Questo è il confine tra chi vince e chi no, spesso non è il cavallo più veloce o il fantino più bravo, è semplicemente chi sa gestire meglio il peso di quel momento.

Giuseppe Taveri

Collezionista di libretti di corse ippiche, Giuseppe ha lavorato per anni come steward agli ingressi degli ippodromi. Conosce da vicino le dinamiche del pubblico e gli aspetti organizzativi delle manifestazioni, offrendo una prospettiva unica sui grandi eventi italiani su pista.